stammi togethe® (nel caddy?)

Europa o carrello della spesa?

Pensa un po’.
Mi connetto.
[Madooooooooo’! Sempre connesso! BRANCHÉ ?]
Mi connetto e casco sul sito per la salute in Europa.
Tutela della salute.
Cercavo qualche dato concreto sull’alcoolismo in Francia.
(A proposito… C’è un legame fra alcolismo, libertà individuali ed Illuminismo?).
E scopro che l’organo della comunità europea per la tutela della salute è anche quello per la tutela del consumatore.
Mammmamamammammmmaamammaa!
Il Mondo secondo Monsanto?
Come è possibile che il consumatore sia compatibile con la salute?
La chiave per ritrovare la salute non è forse quella di smettere di essere consumatori?
consumerDAAAAAAY?
Comunque si festeggia sempre qualcosa nel mondo dei consumatori.
Dopo la festa dell’amore inventiamo la festa dell’amicizia.
Per il momento ci siamo inventati
TOGETHE®
INSOMMA 50 ANNI ASSIEME (NEL CARRELLO DELLA SPESA).

il sessantotto da uno che nOn c’era [V]

Come per Marcuse, il fachiro nel sistema dominante, tutto viene inglobato e diventa dieta igienica.
Allora l’autodeterminazione dei popoli? Fa problema oppure è usata per condizionare l’opinione pubblica?
C’è il Tibet. C’è il Kosovo. C’è la Palestina.
Quale autodeterminazione dei popoli abbiamo scelto oggi nel ricco menu dell’informazione globale?
Il volume delle parole è più proporzionale alla quantità di morti o di abusi?
Ti ricordi di Yasser Arafat?
Ti ricordi dei muri di calcestruzzo?
Ti ricordi del Sessantotto?
segoneon - photorights artMobbing @ rk22.com
Eppure oggi suona ridicola la tavola rotonda del potere e le sue convergenze complottistiche fanno ridere.

[immagine bianconero di Peter Sellers che fa il saluto nazista. Stranamore?]

Già: non esiste alcun tavolo tondo delle decisioni. La tendenza è ben più terrificante: la tendenza è l’auto-omologazione che ha sostituito da un bel pezzo l’autodeterminazione.
E certo le interfacce e la semantica web ci stanno mettendo del loro.

Qualcuno obietta: ma hai già visto una pubblicità su internet che ti è veramente rimasta nel cerebro?
La risposta è chiaramente no. Ma la risposta è anche che internet usa mezzi di persuasione occulta, che il trucco è la facilità di accesso alle informazioni, le quali, proprio in virtù del fatto che sono scelte volontariamente dall’utente, sembrano meno mendaci degli altri media. Internet è la verità.
Ma siamo poi davvero sicuri che sia una verità meno mendace?

Se il linguaggio diventa lo stesso per tutti, ed essendo quella del linguaggio la dimensione stessa dell’esistenza umana, cosa sta accadendo alle nostre PERCEZIONI ora?
Cosa succede se nel cervello di un americano, di un europeo, di un giapponese, si attivano gli stessi circuiti e si vanno a toccare le stesse corde?

Il linguaggio produce senso: non dimentichiamo le pagine di Heidegger in cui si spiega in che modo la parola verità influenzi l’immagine mentale stessa che il greco antico ha della verità.
Nel mondo greco, ci dice il filosofo, la parola Aletheia, che suona come “verità“, vuol dire in realtà non-ascosità non-velato; di qui la verità come svelamento (Unverborgenheit).
Da un punto di vista linguistico è attraverso la parola verità, insomma, che il greco ne coglie l’essenza metafisica.

“[…] la metafisica non porta l’essere stesso al linguaggio, perché non pensa l’essere nella sua verità e la verità non come svelatezza, e la svelatezza non nella sua essenza. Nella metafisica, l’essenza della verità compare sempre e solo nella forma già derivata della verità della conoscenza e della asserzione. Eppure la svelatezza potrebbe essere qualcosa di più iniziale della verità nel senso della veritas. Aletheia potrebbe essere la parola che dà un’indicazione non ancora esperita sull’essenza impensata dell’essere. E se le cose stanno così, allora è chiaro che il pensiero della metafisica, che procede per rappresentazioni, non potrà mai raggiungere questa essenza della verità,[…]; si tratta di porre attenzione all’avvento dell’essenza ancora non detta della svelatezza in cui l’essere si è annunciato. Nel frattempo, alla metafisica, durante tutta la sua storia da Anassimandro a Nietzsche, resta nascosta la verità dell’essere. Perché la metafisica non ci pensa?” [ICM, pg. 321]

Nella grancassa del Web il complotto in realtà si concerta a solo. E’ una questione di semantica.

Anche il principio della parità - almeno virtuale - dei diritti di ogni uomo di fronte alla giustizia subisce nel sistema americano un pericoloso decalage: si verifica così lo scollamento del potere delle Corporation dall’interesse personale.
Il diritto americano non prevede alcuna condanna penale per i dirigenti delle corporation, ammettendo implicitamente che la corporation sia un organismo a sé, suscettibile di prendere decisioni autonome e di avere un comportamento che trascende da quello degli individui che lo compongono.
La corporation è insomma un individuo, ma viene da sé che il deterrente della pena, su un individuo che esiste solo nelle cifre cabalistiche della borsa, è nullo.
Habeas corpus, si, ma quale corpus?
Corpus consumisticus?

Detto questo, come si può pensare che il consumismo non sia il male del capitalismo?
Anche se la produzione viene finalizzata, cosa resta dell’anelito di ciascuno all’autodeterminazione?
Cosa vale un corpo se esso serve solo per impartire consumi?
Cambia qualcosa se questi consumi sono giusti o ingiusti?
Non è piuttosto il consumismo una forma di abbattimento dello spirito?
E cosa succederà quando questo consumo sarà ECOCOMPATIBILE?

Leggi l’ottava puntata de “Il Sessantotto da uno che c’era” su Internettuale.net

biocuore

ogni riferimento alle vicende di Sonny Graham e Terry Cottle è puramente intenzionale.

take my heart - photorights artMobbing
E’ morto ieri, ucciso a coltellate, il prof Aldrich B. Knight, medico e direttore di una delle prime équipe al mondo a sperimentare le tecniche di ricostruzione degli organi attraverso l’azione combinata di cellule staminali e nanopolimeri.
La polizia ha arrestato dopo poche ore l’autore dell’omicidio, Calvin Cordon, identificato subito attraverso i filmati delle videocamere a circuito chiuso della villa del dottore e portato d’urgenza all’ospedale, in preda ad un violento attacco di febbre. Gli inquirenti non hanno dubbi sull’identità dell’omicida: pare che l’uomo - in cura in una clinica del New England per i trattamenti anti-rigetto cui era costretto dopo un trapianto tradizionale di cuore - perseguitasse il medico da oltre dieci mesi.
Il prof. Knight aveva segnalato più volte alle autorità giudiziarie che Cordon pretendeva di vivere nella sua casa di Barringhtom, non lontana dal laboratorio sperimentale per i bioimpianti “Neoplast”.
Il laboratorio saltò all’onore delle cronache quando Knight vi effettuò il suo primo intervento di ricostruzione cardiaca totale (TCG - Total Cardiac Genesis) al paziente Arnold Bloom, nel 2025.
Da allora, per quindici anni, Bloom ha portato nel petto un cuore generato in provetta.
La tecnica staminale lo aveva salvato da morte certa: l’équipe medica condotta dal professore aveva realizzato una copia esatta del suo sistema cardiaco usando la nota tecnica della ricostruzione polimerica, che consiste nell’innestare un gruppo di cellule staminali su una rete di polimeri citodegradabili, che si lasciano sostituire dalle cellule staminali mano mano che esse si trasformano in muscolo.
Il cuore gli si era fermato alla fine del 2024 a causa di un lungo e spossante stato febbrile che aveva messo a dura prova il suo sistema cardiocircolatorio. Qualche settimana per la coltivazione in vitro delle staminali prelevate dal suo ombelico mentre il paziente era mantenuto in vita da un cuore artificiale ed oltre un anno di terapie dirette dal prof. Knight era stato il tempo necessario al recupero, ma anche il periodo in cui la moglie aveva iniziato una relazione con il celebre professore.
Da allora il divorzio ed una lunga crisi depressiva che avevano portato l’anno scorso A. Bloom al suicidio nella sua casa di Pataloona, nel News Mexico, fatto che venne riportato da tutti i mezzi di informazione in quanto Bloom dichiarava, primo al mondo, nel suo testamento biologico di voler donare tutti i suoi organi, compreso il cuore bioricostruito.

les lumières? histoire de cul…

histoire de cul? - photorights ArtMobbing @ rk22.com
« Si par hasard quelqu’un se recroit encore sur le prix, malgré le rabais causé par la Révolution, nous lui répondrions qu’il n’est pas défendu à un acheteur économe de marchander & que si certaines personnes ont eu ces dames à moins elles ont coûté à d’autre bien d’avantage… »
Insieme alle liste di proscrizione per il clero, come quella di tous les pretres trouvés en flagrant délit chez les filles publiques de Paris, la Rivoluzione Francese si impegnava infatti a fare pubblicità alla prostituzione, in base al principio che « sans la santé l’homme n’est rien ».
Ed i rivoluzionari manifestavano anche un certo gusto birichino, che riscontriamo oggi nelle divertenti indicazioni di Les bordels de Paris, avec les noms, demeures et prix : plan salubre et patriotique… dove si apprendono specialità e mansioni delle lavoratrici del sesso della Parigi del XVIII secolo.
Gavaudan, in rue neuve St. Eustache è difficile à émouvir mais une fois en train c’est un diable […], oppure si potrebbe optare per Dubuisson che conosce a memoria l’Aretino o per Buret, excellente pour le duo e proprietaria di un Joli bijoux, capace per giunta di veri o falsi gemissements […] tout-à-fait plaisants. In particolare però ci è rimasta impressa la descrizione di Denise, rue de Lancy, che assecondando l’attitudine assembleista dell’uomo di partito « fait très-bien les assemblées », appunto, ma « lorsqu’elle danse ses tetons suivent un peu trop le mouvements de ses pieds ».
E certo ce ne sarebbe da dire ancora sulle attitudini rivoluzionarie in questo delicato settore igienico e fisiologico, ma la mostra sull’Enfer della Biblioteca Nazionale di Francia (ahimé, già prorogata e ri-terminata) proponeva ben altre e meno classificatorie suggestioni.
Soprattutto l’erotismo naif e stupefatto di Dominique Vivant Denon, archeologo che passò incolume dalla sovrintendenza regia a quella napoleonica guidando le scoperte (ed i latrocini) in Egitto e che gettò le basi di quello che oggi si chiama Musée du Louvre. Il nostro savant si dedicò infatti anche a disegnare delle Oeuvres priapiques: il fallo malato come un re che riceve i medici e poi il fallo fenomenale, come Gulliver adagiato in terra, enorme ed inerte.
E non potevano mancare anche suggestioni più recenti e di ben altra caratura artistica: la bocca della nota Kikì di Montparnasse che stringe il membro di Man Ray, il quale la fotografa in una visione distratta da abbinare alla poesia Automne di Aragorn, musicale elogio de La belle et la bite.
Un’acquaforte di Dalì fatta con la mano sinistra mentre con la destra si masturbava (è scritto a caratteri tremolanti nella stessa incisione e la critica giurerebbe che la macchia scura al centro sia lo sperma dell’artista) realizzata per l’edizione dell’Onan di Georges Hungnet.
Oppure il ruolo di Apollinaire nella diffusione della letteratura erotica e nella apertura dei cataloghi di questo “Enfer”, fondo erotico chiuso per anni alla consultazione e sotto la rigida tutela dei bibliotecari.
E gli organizzatori della mostra non si sono spaventati di mostrare anche gli esempi di una cultura tutt’altro che alta: si scopre così un film porno dei primi del ‘900 in cui c’è già tutto quello che possiamo vedere oggi in un threesome trovato in rete…

e poi si dice che la modernità…

il sessantotto da uno che nOn c’era [IV]

hitlerMASK - photorights artMobbing @ rk22.com
Non ne usciamo più.
Di tutte le urgenze possibili, tutte le urgenze possibili passano per la mia posta elettronica.
E così il mio livello di consapevolezza aumenta insieme al livello di consapevolezza globale.
Aumenta il livello di consapevolezza globale assieme al calore dei server.

Uhm.
Siamo davvero consapevoli, infine?
Se ricevo la newsletter sul Tibet ogni settimana ed ogni settimana ho l’incombenza di leggerla sarà un esercizio spirituale? Oppure sarà una replica in salsa ecosensibile del mio lavoro?
Perché i nuovi schiavi spirituali sono soprattutto schiavi della routine.
Schiavi di una interfaccia o di un telecomando.
Se i sentimenti si sottopongono allo stress della tastiera e del messaggio istantaneo è meglio prendersi una pausa dai sentimenti?
…o dall’istantaneità?

Sono sbarcato al nord. E sono finito in un entourage.
E questo entourage era la libertà: un appartamento spagnolo, dove l’apertura cosmopolita era la regola.
Ed ecco che tutti questi sconosciuti mi sembravano affascinanti e padroni di un mondo che io ancora non sapevo controllare.
Giovani europei capaci di una libertà che credevo assoluta. Di una tolleranza a me ignota.

Multiracial. Multicultural.

Ma se la libertà è soddisfare dei bisogni, che tipo di libertà ci stiamo comprando quando tutti i nostri bisogni sono inventati?
E addirittura: la libertà può diventare il grimaldello per appagare i propri bisogni personali.
O semplice disinteresse per l’altro. E per il suo punto di vista. Che poi è lo stesso.
Che libertà è questa?
Avere a disposizione il proprio tempo, come prima non sarebbe potuto accadere, col lavoro in fabbrica ed il lavoro da impiegato ed il posto fisso.
Fare il ricercatore. Avere il proprio tempo.
E poi non spenderne neanche un secondo per cucinare per qualcun altro.
Mangiare fast food per avere il tempo di guardare la televisione.
Vivere… alla giornata. Ma con una rete a proteggerti in basso.
Vivere. Cacare. Vivere.

Pasolini è morto per te…
Baudelaire è morto per te…
Luigi Tenco è morto per te…

Qualche tempo fa mi trovai ad invitare un’amica a restare ad una festa.
Un buon amico comune partiva ed era l’ultima possibilità di salutarlo.
Insistetti un poco.
E poi mi fu rimproverato che non rispettavo le sue libertà.
Che ognuno è libero di fare ciò che vuole e che non avevo alcun diritto di insistere.
Un invito affettuoso che diventa una violazione della libertà.
Non solo: una questione di libertà per decidere di rimanere o meno ad un picnic.
Una questione di libertà per questo: eppure siamo disposti a vendere le nostre vite, i dati che ci riguardano, a parlare delle nostre abitudini e semmai ad influenzarle, in cambio, magari, di una ricarica da dieci euro sul cellulare.
O dell’iscrizione alla giusta causa della newsletter per il Tibet.
Ma la libertà è un fatto relativo?

Socrate suicida per noi…
Heidegger è morto per te…
Nietzsche è morto per te…

teleObSSession - photoRights artMobbing @rk22.com

Abbiamo così inventato una libertà fachira. Una libertà che mangia se stessa, perché la sua necessità primaria è l’abolizione dell’altro.
La libertà di vedere il nuovo documentario di Moore noleggiato nuovo fiammante da blockbuster ed indignarci.
Non di noi stessi, però.
Libertà fasulla, allora, perché la più grande delle libertà è fare con l’altro.
Se non per l’altro.

Così anche chi mette in luce il meccanismo di assorbimento della protesta da parte dello status quo, come Marcuse, è fachiro a sua volta. È così, certamente.
E questi nuovi allibratori si innalzano su cosa?
Su una massa che ha tutti gli strumenti apparenti per la conoscenza, ma che non comprende che i medesimi strumenti sono qualcosa pronto ad esplodere. Così come un DISASTRO atomico.

Documentario sugli inizi dell’occupazione cinese in Tibet.
Rimango stupito di vedere un fatto comune ad ogni rivoluzione in ogni parte della terra: si bruciano i libri.
È preistoria rispetto a quanto è possibile oggi fare con una sequenza numerica.
Possiamo perdere la memoria.
Perderemo la memoria.
E quel che è peggio è che in pochi (nessuno?) se ne renderanno conto.

Questi cosmopoliti.
Questi residenti all’estero passano così le loro giornate.
Ad ogni discussione si apre l’i-mac. Si connette la wireless. Si apre wikipedia.
E tam.
La soluzione.
La soluzione dunque non è più nei nostri cervelli?
E la rivoluzione? Dov’è la rivoluzione?

Epoca della DELOCALIZZAZIONE TOTALE la nostra era sta delocalizzando le conoscenze.
Significa che le nostre conoscenze, i nostri appunti, i nostri ricordi, le nostre sapienze più intime non albergano più nelle nostre tasche.
La civiltà latina aveva fatto della delocalizzazione il proprio punto di forza.
Delocalizzazione della cittadinanza romana, che non dipendeva più dalla nascita in Roma.
Delocalizzazione della formazione, con la crescita intellettuale del patriziato romano in Grecia.
Delocalizzazione della guerra, con l’allontanamento delle frontiere, e quindi degli scontri, dal centro nevralgico dell’impero.
Delocalizzazione: immaginate un condottiero come Pompeo quanti anni passò lontano da casa.
E quanti anni per Cesare?
Le culture nomadi dei nuovi continenti vivano anche esse nella delocalizzazione.
La differenza è che in tutte queste civiltà esisteva un bagaglio al seguito.
Un bagaglio chiamato cultura, per cui l’uomo ne era il legittimo proprietario anche ALTROVE, in quanto faceva parte integralmente di se stesso.
Con questo bagaglio l’uomo era pieno anche se nudo.
La nostra civiltà dell’altrove ha favorito lo sviluppo della mobilita INDIVIDUALE arrestando però il movimento della cultura, concentrata sempre di più in basi dati e centri di elaborazione di calcolo.

Tutte le verità che ho l’impressione di portare nelle mie tasche con qualsivoglia strumento di registrazione tecnica albergano sempre di più in un solo punto cartesiano.
Sono libero, insomma, di consultare una sola fonte.
Così lontana così incredibilmente vicina.

Società della DELOCALIZZAZIONE TOTALE le nostre società hanno creato solo un’apparenza di movimento. Perché la VELOCITA’ non va confusa col MOVIMENTO.
Perché virtualizzando le conoscenze ed i saperi abbiamo l’impressione che essi si muovano con noi, quando invece restano fermi.
Fin quando non potranno più seguirci neanche nei sogni, come forse già accade.

only Puppets - photorights artMobbing @ rk22.com

Fra i membri della nuova barbarie cosmopolita (che non corrisponde al cosmopolitismo) va molto di moda lo Tziget festival, manifestazione rock che ha luogo ogni estate a Budapest.
Andai a Budapest nel lontano 1999.
Ricordo una città di incroci, priva di piazze dove incontrarsi.
Ricordo un abisso inospitale per un figlio del G8.
Un abisso che ci costrinse a qualche maltrattamento poliziesco. All’inefficienza dello stato postcomunista che non sapeva ancora cosa farsene del turismo globale (che in pochi anni diventerà SESSUALE).
Fummo costretti a dividerci a causa d’un furto.
E restammo in una caserma e poi sotto la pioggia in attesa che un interprete ubriaco di vodka ci dicesse che era colpa nostra non si capiva bene di che.
E restammo a guardare il ladro che aveva distrutto il nostro vizio del viaggio uscire tranquillo.
Ricordo anche che nella povertà ancora incredibile di un paese che aveva i palazzi reali del centro pieni di senzatetto, cominciavano a spuntare i primi templi del consumismo.
McDonald’s e KFC. (Io vedevo per la prima volta un KFC, lì, in mezzo ai detriti del muro, ce n’erano già a centinaia).
A Gyor restammo un pomeriggio a spiare quelli del posto che avevano la nostra stessa età fare la coda per entrare al McDonald’s mentre nelle taverne c’eravamo solo noi.
Il nuovo avanzava.
Oggi una specie di rito collettivo di espiazione delle differenze con l’occidente si tiene ogni anno a Budapest. È un festival rock.
Dovrebbe ricordare Woodstock.
Ed i giovani europei no-global ci si sentono a proprio agio anche a causa i quei primi fastfood.

Prendo questa citazione dalle memorie di Giuseppe Spezzaferro sul Sessantotto:
«E’ corretto dire che il delta odierno è stato creato dal fiume sgorgato nel Sessantotto, perché ad egemonizzare la cultura di quegli anni è stata la parte legata a schematismi ottocenteschi costruiti sulla malvagità del capitalismo, sull’autoritarismo liberticida, sul paternalismo ipocrita e sulla borghesia rapinatrice (oltre che sulla religione oppio dei popoli e sulla dittatura del proletariato).»
E rispondo che il fenomeno trae origini più profonde nel materialismo illuminista.
Che ha inventato il diritto alla felicità, pensando allo stesso tempo che lo spirito fosse vapore balsamico.

Leggi le memorie sul Sessantotto di Giuseppe Spezzaferro che ispirano la serie “il sessantotto da uno che nOn c’era”

Allah, Google, i pescivendoli [epilogo]

digitEpilogue - photorights artMobbing
Click.
Apro il mio portatile.
Click click click.
Goooooooooooglemap.
Magari una schiena.
Magari anche solo i tappeti. O i mucchi di scarpe.
Magari un commento.
Escludo i supermercati e le attività commerciali.
Escludo tutto.
tuuuuuuuuuutti i layer fuori!
Voglio solo la consapevolezza.
Voglio solo i commenti.
Voglio sapere, perché la realtà è più vera se è registrata o fotografata su Google.
Trovo solo WIFI. Public WIfi.
A Poissonniers c’è un public wifi?
Uh?
è questo allora? Allora è questo?
Ah si?
Anche Dio lo passano in wifi?

Allah, Google, i pescivendoli [III]

moskeeeeeeeeeee - copyright artMobbing @ rk22.com -
Avresti sbarrato gli occhi, per dio.
Anzi, avresti fatto tremare tutto il tuo silicio nonspirituale.
Avresti visto schiene.
Centinaia, migliaia, di schiene.
Poissonniers, poilonceau, richehomme, myrha.
Tutte occupate.
Quelle che montano, come richehomme, sono impercorribili.
La carreggiata è una distesa in preghiera. Non c’è verso di passare.
Poissonniers rimane ribera, è vero, ma bisogna camminare sulla carreggiata.
Scarpe dappertutto.
Teppeti ovunque.
Per farli pregare al coperto ci vorrebbe più di una moschea.

Cammino su un tappeto di devozione.
VOLO.
E sento le preghiere del minareto solo da lontano.
E rabbrividisco.
Chi passa, come me, è silenzioso.
Forse si pone il problema di Dio.
Silenzio!
Si prega per le strade.
L’alzarsi e l’abbassarsi muto delle teste fa rumore.
Come un fruscio generalizzato.
Fruscio in decibel.
Forse è il fruscio di Dio.
Ed il fruscio di Dio si declina in decibel.
Rumore silenzioso.

Mi sembra tutto poco lucido.
Alla fine dei poissonniers ci siamo. Il boulevard.
La strada lo incrocia a 30°, di taglio.
Un marciapiede accompagna l’intersezione, arrotondato, verso Barbes.
E’ l’ultima penisola di corpi nel traffico.
I pedoni, ordinati, aggirano, passando sull’afalto della pista ciclabile.
Più avanti una serie di mendicanti e di storpi hanno smesso di allungare le mani alla folla.
Pregano pure loro, prostrandosi ad Allah come possono.
Come Allah permette loro.
Come Allah ha deciso per loro.
Più avanti ancora il solito traffico di marlboro, proprio al riparo, sotto i pali della station aérienne.
E potrei parlarvi di che novità tecnologica rappresentava questa stazione.
Sogno tecnologico o riparo per gli spacciatori di Marlboro?
Il tempo ha deciso per la seconda opzione.

ueda vs. boubat: umanesimo e ontologia

Dunes, portrait de M. Sohji Yamakawa, 1984
Due eventi colti in extremis, prima della fine prevista per il 30 marzo, alla Maison Européenne de la Photographie.
Due mostre dedicate ad altrettanti autori che in comune hanno la ricerca di una forza poetica “emozionale” nelle loro immagini, ma che sono opposti per metodi ed immaginario.
Da una parte l’essenzialità zen di Shōji Ueda in “Une ligne subtile”, mostra che ha riunito le visioni più conosciute dell’autore giapponese alle opere degli esordi; dall’altra le “Révélations” in movimento di Edouard Boubat, uno dei rappresentanti più significativi della fotografia umanista francese.
Deux petites filles, Paris, France, 1952
La foto è dunque un’emozione, taglio netto di una realtà che il fotografo espone sempre alla selezione decisa di un rettangolo: ma se l’attitudine di Boubat è quella di estrarre la sensazione direttamente dalla riduzione rettangolare di ce qui se passe, Shōji Ueda interviene all’interno del fotogramma, (dunque all’interno del mondo), segnando con un tocco sottile e quasi invisibile l’oggetto del suo sguardo.
L’arma di Boubat è lo scorrere del tempo, che viene colto con efficacia immediata, in una rappresentazione esatta del concetto di istantanea. È una fotografia di memoria, poetica in quanto umana, o meglio, in quanto celebrazione della vita e della singolarità dei volti e dei fatti: egli celebra l’irripetibilità di un momento.
Ueda è invece un architetto di immagine: la realtà per lui è interessante solo se soggetta a manipolazione, solo se la macchina fotografica, strumento di registrazione meccanica, riesce a trasformarsi in quinta scenica trasformando il mondo in teatro di figura. Basta una idea, una folgorazione, e Ueda è in grado di invertire la prospettiva, generare immagini al limite dell’astratto, trasformare tronchi d’albero in pennellate di china, bambini in giganti prepotenti, strade in piramidi di luce, dune di sabbia in yin e yang minimi, objéts trouvés in trouvailles mentali alla Salvador Dalì.
Petits naufragés, 1950
Se la fotografia di Boubat si occupa della dimensione diacronica quella di Ueda adotta la sincronia. Nelle sue immagini, così, il tempo si verticalizza: esiste solo il contemporaneamente, in una pausa – lo scarto dell’occhio che non trova points de repères - in cui l’eterno coesiste col contingente.
E allora oggi, nell’epoca dell’assuefazione all’istantanea ed al reportage, dove il tempo viene descritto in marcia verso un’unica direzione, al seguito insomma delle sorti umane e progressive, si sente maggiormente l’esigenza di una poetica immateriale come quella di Ueda, che (anche lui da un assunto di base umanista) è riuscito a sviluppare una tecnica declinabile all’assoluto dell’Essere. Inventore di una fotografia ontologica.

la nuit des abysses au jardin des plantes

abysses 1
Il s’agit de présences magnétiques. D’éclairs dans le noir de la nuit aquatique.
Mais il s’agit de vie, même si affreuse. Vie quand même.
« D’ailleurs ils sont tous moches » : il a raison de le dire, le gamin à coté de moi à l’occasion de « Abysses », l’expo organisé par Muséum national d’Histoire naturelle dans la galerie de Minéralogie du Jardin des Plantes qui va se terminer le 8 mai.
Oui : ils sont tous moches les êtres des profondeurs océaniques, mais ils représentent une vie tant forte que fragile. Fort, car l’esprit d’adaptation des espèces est étonnant pour complexité et ténacité ; fragile car la difficulté des environnements où il n’y a ni lumière ni nourriture oblige les organismes qui les habitent à une hyper spécialisation tel que le plus petit changement peut leur être fatal. Et la surface qui auberge les hommes influence les profondeurs abyssales.
Comme ça, dans l’émergence environnementale généralisée on découvre aussi que la faune de l’entre-deux eaux et du fond des océans, représente plus de 60% de la surface du globe, et bien que l’activité humaine y ait un impact fondamental que ceux-ci ne sont protégés par aucune convention internationale.
abysses
Moches, donc, bien sur, mais uniques, aussi… en effet cette hyper-spécialisation a rendu les structures des organismes des abysses incompatibles avec les conditions “de la surface” au point que jusqu’à maintenant on n’avait jamais réunis ensemble une si grande collection d’êtres de la nuit océanique.
Au centre de la galerie un ensemble d’aquariums contienne ces organismes conservés presque comme on peut les voir en nature. Au fond un documentaire où les organismes abyssaux semblent des fantômes fantastiques. Les deux cotés du couloir noir (on est sensé de reproduire la descente dans la fosse des Mariannes) représentent les différentes couches des océans : ce qui est liquide obéit en réalité à des lois analogues à celles qui règlent les stratifications des terrains. Et à chaque couche sa faune.
Un univers en bioluminescence où la ruse pour la survivance met en jeu couleurs, éclairs, transparences qui obéissent aux lois tout à fait uniques d’un univers apparemment invivable et loin mais qui a un rôle aussi important que la surface dans la chaîne alimentaire globale.

Allah, Google, i pescivendoli [II]

google o allah?
Alle 13.30 però Parigi me la dimentico per davvero.
Dimentico tutto, anzi.
E mi pare di affondare in un sogno magnetico.
Vedo tutto dietro una lente di plastica. La luce parassita entra in un istante e solca lo sguardo di taglio.
Lunghe righe convesse tracciano la superficie umida delle mie iridi.
Bagliori.
Mi sembra tutto fotografato da una Holga.
Mi sembra tutto troppo strano.
Sarà che ho la maglietta intrisa della sera prima.
Sarà che ho il maglione intriso della birra della sera prima.
Sarà che ho dormito poco.
Sarà che le viscere mi si rivoltano in uno spasmo e che le sento incollate dal resto della schiuma.

Non basta neanche il croque che mangio, disgustato.

Sarà il fumo blu?

O forse è reale.
Bisognerebbe controllare su google map se il giorno in cui il punto geometrico spaziale, il satellite, è passato sulla precisa vericale dei poissonniers, bisognerebbe domandarsi se questo punto inesistente, se queste ascisse ed ordinate senza volume alcuno, non siano esse per caso passate di qua, sulla verticale dei poissonniers proprio di venerdì.
Magari un venerdì alle 13.30.
Magari anche lui, stanco, ubriaco.
Reduce da una nottata in cui il sole ha lambito di sbieco soltanto i suoi pannelli fotosensibili e pertanto stanco.
Satellite stanco ed ubriaco.
Stellite dopo la festa: guarda qui, satellite.
Guarda sulla verticale della rue poissonniers alla una e trenta minuti del pomeriggio.
Di venerdì.