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il ferro e il cemento di Roma [fine]

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Ma veniamo alla seconda premessa dell’articolo di Pennisi, che si riallaccia alla vecchia convinzione che il trasporto sotterraneo sia l’unica ed universale soluzione per la mobilità urbana.
L’idea, almeno a Roma, rimonta agli anni ’60, e fu alla base d’una manovra speculativa che assieme alla pianificazione delle Olimpiadi (siano esse invernali, estive, natatorie, terrestri o paraplegiche da sempre le Olimpiadi sono occasione in Italia di enormi manovre speculative) attaccò su tutti i fronti la rete tramviaria della Capitale, per realizzare un grandioso progetto di metropolitana che non ebbe mai luogo, dal momento che col tempo ci si rese conto di come nella Capitale l’escavazione fosse complicatissima, richiedendo non sono profondità fino a 30/40 metri, ma anche un continuo zigzag fra ruderi e falde acquifere.
Nel frattempo, però, si era già smantellato.
I 400km di linea di esercizio al 1929, già razionalizzati in 200km negli anni ’30 vennero quasi completamente eliminati in favore del trasporto su gomma.
Il risultato di questa scellerata politica del trasporto metropolitano fu la fine d’una delle reti tramviarie più lunghe ed efficienti d’Europa, che non solo collegava il magistralmente tutte le zone del centro urbano, ma che estendeva i suoi tentacoli anche i castelli romani.
Di quel capillare apparato circolatorio, fatto di depositi e scambi e grandi aree industriali, alla cittadinanza non resta praticamente nulla. Neanche i capannoni che, come è il caso di quello a pochi passi da p.zza Re di Roma – già appartenente alla rete STFER – invece di diventare come si è paventato per anni, la sede del mercato rionale dell’Alberone diventeranno a breve un grande centro commerciale sulla già congestionata via Appia Nuova.
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Oggi Roma ha solo sei linee tramviarie e tanti progetti per la metropolitana, mentre molte capitali europee, compresa la “metropolitanatissima” Parigi, vedono oggi nella rete tramviaria il futuro della mobilità.
Intanto perché tram e filobus sono più economici e rapidi da costruire di quanto non lo siano le linee metropolitane. Inoltre perché la loro costruzione è reversibile ed ha costi di manutenzione più bassi e rischi e variabili di gestione inferiori rispetto ad una rete sotterranea.
Al tram bisognerebbe tornare, cercando contemporaneamente di adottare misure di contenimento drastico del traffico, che non siano solo palliativi per sanare le casse del comune e dei privati (è il caso delle fasce blu introdotte dal sindaco Rutelli o delle ZTL).

Italia 2013 è un blog collettivo il cui intento sarebbe quello di “capire com’è cambiata l’area metropolitana di Roma in questi anni e cosa è successo in questo Paese”.
Fucina di idee ed invenzione in vista delle elezioni politiche a venire, nella gerenza la redazione composita del blog si dice « sorpresa che Mentre negli Usa la crisi abbia implicato un’uscita “a sinistra” (con tutte le differenze del caso), in Italia si viri verso destra. »
Non si aspettava, la redazione, che « a Roma tutto ciò si sia manifestato con grande forza » e con lei – proseguono – anche le « forze politiche e la sinistra italiana» sarebbero stati colti da stupore. « Il voto di Roma e quello nazionale […] sono due passaggi che vogliamo leggere assieme […] allo scopo di fornire i dati che servono per riflettere e ripartire. Perché ci ha colto di sorpresa? Nel caso di Roma perché si erano smarriti gli strumenti per comprendere la città metropolitana e i suoi spazi di vita e lavoro. Nel caso della politica la diagnosi è semplice: una miscela di autismo e sclerosi. »
Le responsabilità non sono astratte.
Autismo e sclerosi, certo.
Ma di una sinistra clientelare che a Roma, in quindici anni ha pesantemente contribuito a rendere la vita reale delle persone un inferno di smog e lamiere, tirato a lucido dall’ultimo concerto di Fiorella Mannoia, Ligabue e Lucio Dalla nelle grandi piazze delle Notti Bianche.
Panem et circenses.

Collegamento al sito di Vittorio Formigari sulla storia della rete tramviaria romana
Puntata di aggiornamento di Report sulla questione dei Re di Roma

il ferro e il cemento di Roma [parte I]

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Un recente articolo su Italia 2013 intitolato “Roma perde il treno” e firmato da Riccardo Pennisi, è simbolico per ricostruire certo ottuso atteggiamento della sinistra moderata italiana, convinta (Italia 2010) con ostinazione di star sempre dalla parte della ragione.
La tesi, esposta per punti elenco (mi sembra sia la cifra distintiva del blog), sarebbe che la famosa “Cura del Ferro”, annunciata da Walter Veltroni, stia subendo una drammatica battuta d’arresto sotto la giunta Alemanno.
Da quanto si evince dall’articolo di Pennisi sembrerebbe che il piano regolatore del 2008 – è bene ricordarlo, approvato dalla giunta Veltroni a porte chiuse – sia il meglio che Roma potesse meritare in termini di mobilità e razionalizzazione dello spazio urbano.
Naturalmente non è così, giacché il piano regolatore del 2008 e più in generale la gestione quindicennale della capitale da parte del centrosinistra, sono stati un veleno per una vita cittadina tutta riassumibile nella formula del “panem et circenses”.
Grandi eventi per le strade (strumenti anch’essi, peraltro, di spartizione delle prebende) e dietro le quinte la divisione dei pani e dei pesci, delle cariche, dei privilegi e del denaro.
Sotto la giunta Veltroni ha preso forma il progetto delle centralità per quello che s’è dimostrato essere nella realtà. Sulla carta idea necessaria, in quanto prevedeva la ridistribuzione del carico urbanistico amministrativo su più aree della periferia cittadina, creando centri autonomi di vivibilità.
Ma a colpi di varianti ed accordi di programma la verità è che in queste centralità s’è costruito troppo e senza regole, cosicché il calcestruzzo oltre che molto spesso orribile a vedersi è andato a gravare sul traffico dalla periferia al centro. Le centralità sono sorte riempiendo aree spesso vincolate ed i centri amministrativi ed i servizi sono rimasti dove stavano prima.
Secondo le stime, il piano approvato nel 2008 – proprio il giorno prima della candidatura di Veltroni alla segreteria nazionale del partito che oggi « merita rispetto » – prevede ben 70 milioni di metri cubi di edilizia residenziale in più in dieci anni.
Un carico insostenibile per la città, che proprio sotto le giunte di centrosinistra ha adottato la politica del laisser faire, che nella pratica si è tradotta in centri commerciali, palazzine e fiere; a dire, nella delega diretta della pianificazione urbanistica ai privati, e cioè ai vari Toti, Caltagirone, Cerroni, Bonifaci, Scarpellini, Ligresti, Parnasi, mediante l’applicazione di strumenti normativi straordinari riconvertiti ad uso ordinario, come l’accordo di programma.
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È il caso dell’area della Bufalotta dove i fratelli Toti e Gaetano Caltagirone hanno realizzato un intero quartiere privo di servizi, che oggi pesa come un macigno sulla mobilità della via Salaria e Nomentana. Le cifre sono spaventose: 2.750.000 metri cubi di case, 5.000 in più rispetto a quelle inizialmente previste.
Oppure è il caso del centro commerciale Roma Est, per il quale è stato costruito un intero svincolo autostradale quando gli abitanti delle zone limitrofe, del comune di Guidonia Montecelio e di Lunghezza attendevano da vent’anni (ed in realtà ancora attendono) una soluzione alla difficile mobilità dell’area Tiburtina.
E poi la nuova Fiera di Roma. 300 ettari per 3milioni di metri cubi alle porte di Roma, messa al posto di un’area prima destinata agli hub commerciali di un autoporto, il cui scopo era quello di impedire ai mezzi pesanti l’ingresso all’interno della cintura del GRA.
Basta leggere uno stralcio dell’intervista rilasciata nel 2008 a Paolo Mondani di Report, dal prof. Paolo Berdini, Docente di Urbanistica dell’università di Tor Vergata, per capire come e a vantaggio di chi sia cambiata la destinazione d’uso dell’area che si trova a fianco della Roma-Civitavecchia: « in questa zona […] arrivavano i tir e poi cambiavano le merci con i piccoli vettori verso la città di Roma. Da allora il destino dell’area è diventato travolgente; […] a cavallo delle due giunte, di Francesco Rutelli e di Walter Veltroni, attraverso accordi di programma, il gruppo Lamaro » ottiene dal comune « di fare qui la Fiera di Roma […] con una plusvalenza che lascio immaginare.»

In questo meccanismo perverso e criminale la metropolitana è stata una specie di moneta di scambio fra comune e palazzinari, come vengono chiamati a Roma, per cui ad esempio i costruttori della Bufalotta per un milione di metri cubi di residenziale in più offrono al comune di Roma 80 milioni di euro per la nuova metropolitana B1, che però si stima costerà alla collettività 600milioni di euro. Oppure Lamaro Appalti, che per la LUISS di viale Romania stanzia 8milioni di euro al Comune di Roma per non aver garantito gli standard di verde e servizi previsti per legge, incassando profitti forse dieci volte più alti.
E c’è il caso della centralità dell’Anagnina/Romanina: dai 750mila metri cubi previsti nel 2003, si è arrivati a colpi di condoni ed accordi col comune ad oltre 1milione, fino alla proposta finale del costruttore Scarpellini che con 50milioni di contributo alla costruzione della metropolitana, chiede di mettere su altri 670mila metri cubi di cemento in quella zona.
Leggiamo le conclusioni di Paolo Mondani: a « Scarpellini costruire a Romanina frutterà 420 milioni di euro di guadagno netto. Se il Comune gli consentirà di realizzare 670 mila metri cubi in più il netto salirà di altri 250 milioni. In cambio di questa fortuna Scarpellini promette solo 50 milioni di euro al Comune per realizzare il prolungamento della metropolitana da Anagnina a Romanina che costerà, dicono in tecnici, 350milioni e che se realizzata farà lievitare ancora il valore dell’area».
Eccola la “Cura del Ferro”.
Per mantenere lo squallido e demagogico parallelo medico Veltroniano è come se Roma fosse un grande corpo malato, le cui cure necessarie non vengano prescritte da un medico, ma da un informatore scientifico nell’interesse della ditta farmacologica che egli rappresenta.
I tracciati delle metropolitane vengono pianificati dai costruttori, i quali con un piccolo contributo realizzano plusavalenze da capogiro. Doppie addirittura, perché da una parte il valore dei nuovi immobili aumenta e dall’altra per via delle concessioni a cascata e degli aumenti dei volumi residenziali, viene lasciato poco o nessuno spazio all’edilizia senza profitti, quella civile.

Collegamento all’istruttivo servizio di report

l’ambiente? una sfida industriale (fine)

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La tecnologia è conoscenza conseguenziale. Quindi consecutiva. Quindi assoluta ed unidirezionale.
La tecnologia non si sazia: essa pone domande sempre nuove alla conoscenza scientifica che la serve. Ma è solo un’illusione pensare che tali domande esistano a priori, perché esse sono generate dal processo stesso di avanzamento del Logos.
Con il sapere scientifico e la tecnologia ci saranno sempre domande. Ed ogni risposta sarà funzionale alla formazione del sistema e alle domande che costituiscono la base della scoperta di nuovi principi di SOSTEGNO.

Quale sarebbe allora la soluzione tecnologica per l’ambiente?
Reversibilità ed annullamento dell’impatto sul clima.
Ogni emissione reversibile e riassorbibile. Più la tecnologia sarà reversibile, più essa diventerà irrinunciabile ed invisibile.
Più la tecnologia sarà invisibile più essa inciderà nella Kultur, nella formazione spirituale dell’uomo, convertito in macchina cui sia necessario il sostegno.
Ma l’uomo non era di per sé sostenibile, prima dell’era industriale?

Immaginiamo per un istante un mondo in cui ogni mezzo tecnologico possa essere impiegato senza danneggiare l’ambiente. L’impatto ambientale pari a zero, la tecnologia avrebbe un effetto concreto e totale solo sulle nostre coscienze, annullando ogni limite alla sua applicazione in ogni area ed attività umana.
Una tecnologia completamente solidale con “l’environnement” ne è il superamento e rappresenta la rinuncia totale alla dipendenza dall’ecosistema.

In un mondo a fusione fredda, ove l’energia sia pressoché inesauribile chi si preoccuperebbe del suo uso?
In un mondo dalle risorse perpetuamente rinnovabili chi si preoccuperebbe dello spreco?

In un mondo in cui la biotecnologia possa essere una risposta affidabile alla lotta contro la fame e con modalità del tutto ecocompatibili sarà ancora possibile porre una questione etica su senso e i modi del consumo?
Esisterebbe ancora, in questo mondo futuribile, il senso di vulnerabilità dell’uomo rispetto all’assoluto?
Non è forse questa nuova sfida tecnologica l’ennesimo tentativo di sostituire il Logos ad ogni aspetto della vita dell’individuo?

Sogniamo assieme questo mondo e vediamo che in esso non esistono più limiti all’operato della tecnologia: se l’inquinamento ed il danneggiamento diretto dell’ecosistema sono oggi freni potenti per la crescita e lo sviluppo, dove vorranno arrivare, infine, una crescita ed uno sviluppo ad impatto ambientale zero?

Far considerare l’ambiente come una sfida industriale è un astuto depistaggio della domanda più importante: se sia cioé lecito fare della velocità e della delocalizzazione le chiavi di volta della civiltà del futuro.

Se un’autovettura viaggiando alla velocità di 280 km/h consuma troppo dobbiamo chiederci come ridurne i consumi con complessi apparati meccanici, oppure dobbiamo interrogarci sulla effettiva necessità di viaggiare da Roma a Milano in due ore?
La domanda è tutta qui.
Questo sistema globale che vive all’istante e che non sa più misurarsi con la sua memoria analogica, complessa, multidirezionale, associativa, rappresenta davvero un avanzamento rispetto al passato?
Cosa ci impedisce di pensare che le società della lentezza, in cui fini e scopi dell’essere umano sono legati a ritmi stagionali ed in cui i sistemi di valori tradizionali sono finalizzati in sé allo sviluppo organico con la natura, abbiano un valore aggiunto rispetto alla fatuità dei nostri consumi?
La crescita individuale ritardata che oggi l’individuo esperisce nelle nostre società si deve in larga parte alla specializzazione dei saperi per i quali è necessario un maggiore periodo di apprendistato.
Ma il sapere specifico non è sapienza, che al contrario è sapere universale.
Ciò significa che il ritardo dello sviluppo individuale, nella formazione della famiglia, ad esempio, è strumentale alla tecnologia, non all’uomo, che “au contraire” perde sempre di più le proprie conoscenze per sostituirle con nozioni che servono ad esaudire precisi scopi e direzioni tecnologiche ed ad inserirlo nella società come funzione e tassello di una macchina produttiva.
Le civiltà del passato davano maggiore valore alla sapienza, che si componeva innanzi tutto di un sistema etico, volto alla conservazione della specie in senso naturale, davvero ecocompatibile.
Era questo il ruolo della memoria analogica e della formazione etica e sociale.

A Belleville per la strada qualcuno ha scritto “on ne peut pas tomber amoureux d’un taux de croissance”: il pericolo primario delle nuove ideologie del progresso non è la possibilità di distruggere o meno l’ecosistema, perché – lo abbiamo visto – tale questione è fortemente relativa da un punto di vista non antropocentrico (e cioé da un punto di vista puramente biologico) e soprattutto perché la tecnologia sarà in grado di risolvere ogni sfida ambientale se in essa si dovrà decidere della propria autonomia e sopravvivenza.
Il pericolo primario del mondo che ci stiamo costruendo intorno è la deformazione della coscienza e l’abbandono degli antichi sistemi etici, per una esistenza tutta declinata al futuro ed alla velocità.
Bisogna chiedersi se valga davero la pena di costruire i mezzi adeguati al mantenimento di un modo che vuole rinunciare completamente all’ecosistema ed all’etica del risparmio ad esso connessa, per consentire lo sviluppo di una nuova natura ibrida, mezza uomo e mezza macchina, in cui anche il pensiero sia conforme alla rapidità ed alle ambizioni della logica, capace di abbandonare il pianeta, ed essere così ovunque per scoprire di non essere da nessuna parte.
Di non essere più uomo.

l’ambiente? una sfida industriale (parte III)

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Ed allora l’emergenza ambientale, in questo sistema che tutto ingloba e tutto rende complementare a sé, è una sfida industriale.
NON ne va della sopravvivenza degli abitanti del mediterraneo o della Birmania, NO, ne va soprattutto della resistenza dell’industria e della conservazione (e dell’ampliamento) di specifici stili di vita.
Ne va della crescita.
E l’ambiente diventa prodotto vendibile.
La tecnologia si schiera a suo favore per salvarlo.
E magari ci riuscirà anche, perché nella sfida ambientale è in gioco lo sviluppo, quello stesso sviluppo che fa rima con tecnologia.

Nanoparticelle puliranno sangue e tessuti umani dal PCB che vi si è depositato.
Nuovi filtri per le nostre antiquate vetture a combustibile fossile impediranno il rilascio di carbonio e anidridi nell’aria.
Un motore perfetto, pulito, all’idrogeno, emetterà solo qualche litro di vapore acqueo per portarci da Monaco a Mosca.
Le case produrrano energia autonomamente, grazie all’aiuto di speciali vernici in grado di convogliare l’energia solare direttamente nel forno a microonde.
Città coimbentate in grado di produrre metano e concime.
Altre città che respingono il carbone sotto la terra, avvalendosi di piante geneticamente modificate, in grado di assimilare anidride carbonica e di stoccarla da qualche parte, nel citoplasma cellulare e poi nella terra.

Una tecnologia che costi il meno possibile per la collettività e che si sviluppi in rapporto simbiotico con il nostro environnement.
Tecnologia trasparente, e sempre più necessaria. Se la sfida dell’ambiente verrà risolta di peso dalla tecnologia l’uomo avrà con essa un rapporto ancora più simbiotico.
La tecnologia sarà sempre più biologica, nel senso che si costituirà come sostegno al naturale meccanismo dell’evoluzione.
E’ questa la spinta ultima e definitiva: una tecnologia che si sviluppi in seno ed in qualità di ETICA.

Ma bisogna pur sempre considerare che gli scopi della tecnologia non sono gli stessi dell’ecosistema.
La tecnologia non tollera adattamento e non prevede vie di uscita secondarie: essa marcia in linea retta (per buona pace della serendipidità) e non può accettare dietrofront.


Ogni processo tecnologico è irreversibile: e la tecnologia è sempre in moto per trovare soluzioni che risolvano e favoriscano (RISOLVANO E FAVORISCANO) il suo avanzamento.
Il principio che la informa è la velocità.
Il mondo che la tecnologia immagina oggi è un mondo sostenibile.
Ma soffermiamoci un secondo sul concetto di sostenibilità.
Cosa significa sostenibilità?

Si sostiene qualcosa che è pesante. Si sostiene una pianta di pomodori che abbiamo obbligato a svilupparsi in verticale e che per questo si espone maggiormente al sole producendo una massa di frutti ben superiore alla capacità naturale di carico del suo fusto. Si creano legacci e corde. Poi quando la sostenibilità primitiva non è più sufficiente si cambia il terreno e lo si rende più solido, si modificano le radici e se ne incrementa la profondità.

Si sostiene un consumo sproporzionato, perché un consumo normale è lento ed orizzontale e non ha bisogno d’essere sostenuto da nessuno.