archivio per giugno, 2008

nouvelle planète

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la nouvelle planète - photorights artMobbing @rk22.com
La vue avant tout.
Après tes yeux seront les miens,
Après,
Viendra l’ouïe.
Et tes oreilles
à moi
et à la planète.
Et à ce bruit qui nous entoure.
Viendra la dernière
La vague tactile
Et alors
seront nous la planète
la planète nous.

l’ambiente? una sfida industriale (parte II)

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il ruscello delle fate - brocéliande - copyright artMobbing @rk22.com
La biodiversità e la selezione naturale prevedono il cambiamento climatico e ne sono figlie.
Senza variazioni più o meno brusche del clima non esisterebbe la varietà sconcertante della vita sul nostro pianeta.
E senza la coesistenza di questi due dati non si verificherebbe l’evoluzione, che non è un fenomeno graduale, ma improvviso, dal momento che secondo l’evoluzionismo classico la variante genetica è sempre netta.
Il cambiamento climatico è un fatto fisiologico.

Tanto più che l’attività umana si somma solo ad un trend di riscaldamento naturale, rispondente alla più o meno regolare ginnastica praticata dalla nostra beneamata terra.
Ginnastica dilatatoria: il bordo di gas che ci protegge dal vuoto assoluto del cosmo aumenta e diminuisce la sua temperatura. E pulsa su archi di tempo che i nostri calcolatori riescono a malapena ad ipotizzare.
La sfortuna è stata semmai quella di fare la rivoluzione positivista proprio in un momento di punta del riscaldamento naturale: se il processo d’emissione di CO2 fosse cominciato durante la discesa naturale delle temperature avremmo forse considerato l’inquinamento come il cuscino tiepido per conservare la specie?
Una manna offerta dalla tecnologia e dai consumi.

Improvvisamente, dopo anni di smaccato disinteresse, l’emergenza climatica entra nel centro dell’occhio dei media.
Il mondo occidentale punta i riflettori sul fenomeno e quello finalmente ESISTE.
E nulla nei media è relativo.
Ma perché ora?
A chi fa male il riscaldamento climatico?

«L’environemment est un défi industriel»
(spot Veolia)

Per il momento esso fa male soprattutto ad alcune popolazioni più esposte (per povertà o posizione geografica od organizzazione urbanistica o per tutti questi fattori assieme). Cicloni, catastrofi climatiche d’ogni genere e dimensione affliggono oggi un po’ tutte le aree del pianeta, ma colpiscono solo ove non esistano i mezzi per prevedere il cataclisma o – come nel caso della Birmania – quei luoghi ove l’informazione sia guidata più che altrove da un regime autoritario che omette e nasconde anche la morte.
In futuro esso coinvolgerà fasce sempre più ampie della popolazione globale.
Soprattutto, però, il riscaldamento climatico ed i disordini stagionali ad esso conseguenti, faranno molto male all’industria globale, che vede già le grosse perdite di capitale che uno stravolgimento radicale del clima potrà apportare.
Approvvigionamenmto energetico ed idrico.
Spostamento degli stabilimenti industriali.
Cambiamento delle regole della economia locale e globale.
Perdita dei vantaggi connessi alla delocalizzazione della produzione.
Come pensiamo di produrre ancora pupazzi in plastica e processori al silicio se fra Hong Kong e gli Stati Uniti ogni trasporto via mare sarà impossibile per sei mesi l’anno?
Il sistema non può tollerare che i tornado devastino stabilimenti petroliferi o danneggino centrali elettriche e stabilimenti chimici.
O che essi distruggano strade, ferrovie o punti nevralgici di smistamento commerciale.

Intollerabile.

gelatina & fotoni: ancora arabi [fine]

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gelatina & fotoni: senza titolo. Senza immagine.
SENZA IMMAGINE

Già.
Perché capisco che ora, a questo punto della storia, quando intorno a me ci sono dieci persone e nessuno nella rue faubourg du temple che si ferma.
Perché capisco che ora.
Proprio ora.
Devo togliere la pellicola amata dalla macchina fotografica.
Lanciarla in terra.
Perché quelli come animali ci si gettino sopra.
E perché io possa finalmente mettere le ali ai piedi.
Ed ascoltare gli insulti da lontano, ancora.
Tu che sei voleur.
voleur e rittal.

E penso.
Penso solo che gli arabi mi stanno ancora simpatici.
E penso anche che ovunque io abbia rubato foto, nei paesi arabi, ho sempre trovato gente pronta a regalarmene.
Penso ai volti che scorrono in sequenze di bit nella mia macchina.
Volti che mi hanno aperti a pose e sorrisi.
Quasi mai in cambio di qualcosa.
Eppure erano marocchini, siriani, giordani, afghani, turchi, egiziani, berberi.
Sono entrato in una moschea sciita.
Ho preso in foto la gente che pregava. Mi hanno lasciato fare.
Mi hanno sorriso.
Cosa c’è alle radici dell’integralismo
?
L’Impero.

Quelli incontrati a Parigi non erano figli di Allah, erano figli dell’impero.

impero luminescente.
televisivo.
digitale.

carrefour o ambasciata di francia?

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london calling (to buy) - copyright artMobbing @rk22.com
Qualche settimana fa in Cina si è protestato davanti ai Carrefour. La ragione della protesta tutti la sanno: la Francia non avrebbe fatto abbastanza per salvare la fiamma Olimpica al suo passaggio a Parigi. In più, i parigini sarebbero rei d’avere concesso la cittadinanza onoraria al Dalai Lama.
Tutti lo sanno, tutti ne hanno parlato.
Nessuno si è però stupito che tali legittime manifestazioni di dissenso si siano scatenate davanti ad un supermercato. Come se Carrefour rappresentasse la Francia, paese che peraltro siede con diritto di veto alle Nazioni Unite.
Se cominciamo ad accettare questo, credo che non avremmo difficoltà in futuro a far emettere il nostro certificato sanitario da McDonald’s, a sostituire il ministero delle politiche agricole con Monsanto, a far rilasciare i nostri passaporti direttamente da Facebook.

l’ambiente? una sfida industriale (parte I)

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broceliande - copyright artMobbing @ rk22.com
Una sfida rimbalza nel chiacchiericcio congiunto di tutti i media.
E’ la sfida dell’ambiente. Per cui ci si è improvvisamente accorti che il pianeta sta morendo, che la terra scalda, che il carbonio immesso nell’aria dai duecento anni di luce (elettrica) che ci separano dall’illuminismo, è letale e distruggerà mondo e razza umana.
La sfida rimbalza da una televisione all’altra. Dal talk show al documentario, dal documentario all’inchiesta politica l’ambiente è urgenza, la più importante emergenza per le generazioni presenti e per quelle future.
Per le generazioni future, soprattutto.
Eppure in questa rinnovata attenzione per i problemi legati ai gas serra e più in generale all’inquinamento della terra e dell’aria c’è un sospetto.
Ma andiamo per ordine.

Raramente si considera la relatività del fenomeno dell’inquinamento ed altrettanto raramente si considera che AMBIENTE non corrisponde a NATURA. E’ molto più pregnante da questo punto di vista la parola francese per ambiente: «environment», ciò che ci circonda, insomma, e non NATURA, nuvola totale e bolla che ingloba tutto il cosmo.

Vista la grandezza cosmica di Natura, allora, l’uomo non sta distruggendo Natura, ma una sua infinitesima parte, che forse siamo autorizzati a chiamare AMBIENTE.
Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che come virus siamo così piccoli che arriviamo appena ad inquinare lo spazio prossimo. Come batteri che dagli starnuti infettino appena l’aria di una stanza.

Siamo ancora distanti dall’inquinare il cosmo, ma nell’inquinamento della nostra piccola sacca d’aria incollata alla superfice terrestre vediamo la catastrofe universale. Quasi il mondo ed il cosmo dovessero finire (o smettere di produrre vita) in assenza dell’uomo.
Inutile dire che è un retaggio cristiano, una rilettura pagana e post-tecnologica della centralità dell’uomo nel disegno cosmico e divino.
L’uomo intacca la sacca di gas che solo fortuitamente si è aggregata attorno al pianeta terra. Il che non corrisponde al Mondo tutto, se non in una prospettiva radicalmente antropocentrica.Antropocentrica, attenzione, non umanistica.

Antropocentrismo.

Il ciclo del riscaldamento terrestre corrisponde ad un ben preciso moto geologico e climatico.
Il nostro pianeta ha vissuto stagioni.
Ed altre ne vivrà.
A noi è stato dato di svilupparci da minuscoli mammiferi a ciò che siamo oggi per via di una miracolosa “finestra” in cui le temperature si sono rivelate più adatte alla nostra vita ed alle nostre condizioni.
Ma cosa ci fa arrogare il diritto di pensare che la terra, in costante evoluzione, debba mantenere il clima che più si confà alla nostra specie?
Arroganza, appunto, antropocentrica. Arroganza di chi sfrutta le risorse fino all’ultimo grammo e poi vorrebbe che la terra non realizzi la sua operazione di riequilibrio.
Già, perché l’innalzamento globale delle acque non è una tragedia, ma la soluzione all’aumento delle emissioni serra: se guardiamo le frequenze millenarie di riscaldamento e raffreddamento del globo terracqueo, infatti, ci accorgiamo facilmente che ad un aumento dello CO2 corrisponde un riscaldamento, seguito dall’aumento del livello delle acque, il quale livello delle acque mangia e riassorbe spingendole sul fondo, le molecole di biossido di carbonio nell’aria, comportando così una progressiva riduzione dell’effetto serra e così del calore.
Un pendolo perfetto e virtuoso.

Chissà cosa pensano i nostri amici rettili del riscaldamento globale: non possiamo negare che essi con un mondo ben più caldo di quello attuale, si troverebbero a proprio agio…
E che dire delle specie acquatiche, che nella ipotesi di un pianeta blu, nuovamente sommerso,
troverebbero un ecosistema più adatto a loro?
Nel riscaldamento climatico non è in gioco la presenza della vita o meno.
Né è in gioco la presenza dell’uomo, che ha raggiunto un livello tecnologico tale da autoescludersi direttamente dalla catena alimentare e ben presto anche dalla selezione naturale, che ci avviamo a realizzare nei nostri candidi laboratori biologici.
E’ in gioco piuttosto la riduzione del numero degli uomini. Ciò che significa la riduzione del consumo.
Da sette miliardi di consumatori a cinque a quattro a tre.
Come potrebbe sopravvivere monsieur BIC?

gelatina & fotoni: ancora arabi [parte IV]

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ritratto di giulia - il canale
Non prendetemi per matto.
Lo sono.
Ma in parole povere, poverissime, dico: «mais ce n’est pas numérique, monsieur… argentique: on peut pas effacer… on peut pas voir…»

Ma quello insiste.
Droit à l’image.
Ma la donna era di spalle.
effacer effacer effacer effacer effacer effacer
E dico alla donna
«soyez raisonable, madame… c’est pas à publier… c’est pas mon métier… ce n’est q’une photo où vous ne vous voyez meme pas.»
Memememememememememmememememememmememememmeme pas
aiez
confiance
Ma quelli preferirebbero un professionista, mi sembra di capire.
Mi sembra di capire che vogliono una carta.
Sarebbero più intimiditi da un tesserino plastificato.
Dalla plastica del tesserino. Plastica blu bianca e rossa.
E si lascerebbero pubblicare dal giornale, forse.
Non vogliono apparire nel buio pesto della mia camera oscura, però.

camera obscura
ragione obscura?

E certo che questi non sono neanche così antitecnologici.
No.
Mi guardano come un primitivo. Ed infine il mio strumento privo di bagliori e di immagini è qualcosa di ignoto e misterioso.
Fa più paura di un apparecchio digitale. Per questi l’immagine ferma, inesorabile, incorreggibile della GELATINA AL BROMURO D’ARGENTO fa più paura dell’immagine in movimento. Dell’immagine digitale volatile, che pensi di controllare ma che in realtà vola in un secondo; sfugge, mappatura di bit, nei gangli remoti della rete.
A moltioplicarsi in copie infinite.
In memorie infinite, numerose, effimere.

Arrivo anche a dire che no.
Non voglio buttare la pellicola.
N o n l a v o g l i o b u t t a r e.
C’è dentro il mio tempo. E la luce del canale dopo la pioggia intensa di questi giorni.
Luce trasparente che mi immagino già in infiniti toni di grigiomagico.
Infinite profondità del bianco e del nero e del grigio in combinazione alchemica.
Arrivo anche a dire che posso aprire lo sportello della macchina. Ma un istante soltanto.
Non per vedere l’immagine (retechimica), no. Ma per distruggerla istantaneamente. Distruggere gli ultimi centimetri passati sotto il diaframma. Ma conservare i primi, in un miracolo di irradiazione istantanea.
L’istante per cancellare o danneggiare per sempre la latenza dell’immagine, ma salvare, forse tutto il resto.
Sono sospetto.
Io ed il mio apparecchio MANGIANIMA siamo sospetti.
E quello fa proselitismo mentre cerco di far ragionare la donna, che guarda sempre con quei suoi occhi bianchissimi e fuori dalle orbite nere e pastose.
Proselitismo.
Ed in un attimo sono in cinque. E mi prendono per la maglia.
E poi lui che mi insulta.
Forse è mediorientale.
E mi dice
…Italiano di merda… torna al paese tuo
E poi dice
…ladro di merda… vai a farti fottere
E poi mi maledice
E poi gli altri sono già su di me
E nessuno per la strada si ferma
Il traffico scorre
e tutti mi stanno addosso e mi tirano.
Arrivano un gruppo di spacciatori.
!!!LES RACAILLES!!!

Quelli che stanno sempre in una strada privata della rue faubourg du temple.
Quelli che vendono il fumo ed aspettano la rissa col francese bene che se ne va alla Java.
Quelli lì.
Quelli lì arrivano e c’è poco da discutere.
Mi tirano la mia splendida canon
la tirano per il sigma
la tirano per il corpo
ce l’ho al collo, per fortuna. Lezione numero 1.
Almeno una ditemi che l’avevo imparata, no?
Almeno la prima lezione.

Ed ora ho imparato anche quella che alla terza intimidazione sono giovane abbastanza per levare i tacchi in una corsa forsennata.
Che ti tiri via il fiato e renda lucida la mente e forti le fibre a sentire di averla scampata.
E forte l’occhio a guardare i polimeri trasparenti dopo ed imprimerli sulla carta.
Anche se la foto è brutta.
Anche solo per mostrare un’avventura che ora è

senza immagine.

gelatina & fotoni: ancora arabi [parte III]

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canale e luce blu
Quello arriva.
Arriva eccome.
La donna mi guarda.
Io le sorrido.
Lei non può fotografare monsieur
diritto all’immagine monsieur, dice quello
diritto all’immagine cancellare cancellare cancellare, monsieur
dice quello
e quella è muta e spaventata
e quella ha gli occhi sgranati, la donnona
occhi sgranati a palla che le schizzano dalle orbite
primitive orbite
simpaticissime orbite primitive perse nell’ignoto di questa insolita tecnologia
sorrido e lo so che ho uno sguardo da coglione
diritto all’immagine
sono sensibile a tutto questo, io, perbacco
perbacco

Perbacco.
Pensate pure che fossero dei primitivi, i nativi d’america.
Ma quando ammonivano lo yankee e gli dicevano
guardati dalla foto
non fotografarci, ma che vuoi, vattene

parlavano dell’anima e del suo furto.

Avevano torto?
Avevano torto?
Lo diresti ancora che avevano torto?
Lo diresti ancora dopo avere assistito per anni al delirio televisivo?
Dopo avere assistito a questa folla di uomini depauperati di anima tutti intenti ad alimentare il proprio alter ego

fluorescente. A duplicarsi a loop nelle frequenze hertziane della sera e poi nei bit lucidi del mattino.
Quando apri yooooooooooooooooouuuuuuuuuuuuuuutube per rivederli.
Quando ti affacci sul mercato dell’immagine che tutto compra e tutto svende.
Non ti viene forse in mente che
!AH!
ad ogni passaggio fotovoltaico del sensore sulle tue vibrazioni quantiche la tua anima non si consumi?

Un pezzo per volta.
Già credi all’uomo smembrato?
Già credi all’uomo che riveste ogni mattina la stessa giacca blu e ripete la sua azione e annulla il tempo.
Già credi nella marionetta uomo, pronta a scattare al minimo impulso del tuo mouse sulla faccia di un lettore

multimediale.
Credi ad un uomo openSource o a pagamento, ma sempre fluorescente. Sempre ripetibile. Sempre contraffatto.
Crediamo già nell’uomo del video? Egli insegna libertà terribili e mette a dormire i tuoi figli.

Crediamo già che il tempo si ripeta?
Credevamo all’eterno. Ne creammo uno.
Volatile.

E comunque se è per questo i miei simpatici compagni della rue faubourg du Temple non è che fossero proprio del

tutto insensibili alla tecnologia. Anzi. Talmente tecnologici che si aspettavano un digitale da fast food da

guardare, misurare, valutare e cancellare direttamente da un pulsante della macchina.
Ed io sempre col mio sorriso da imbecille stampato al centro del viso mostro loro il dorso della macchina e dico

non posso cancellare
non posso vedere

sono un cieco al bianco e nero
la tua immagine non esiste ancora in nessuna memoria
la memoria inizia quando svelerò l’immagine latente
per ora la fascia mossa della tua figura è latente
è una rete
chimica