il sessantotto da uno che nOn c’era [V]

scritto sabato 12 aprile 2008 alle 12:17

Come per Marcuse, il fachiro nel sistema dominante, tutto viene inglobato e diventa dieta igienica.
Allora l’autodeterminazione dei popoli? Fa problema oppure è usata per condizionare l’opinione pubblica?
C’è il Tibet. C’è il Kosovo. C’è la Palestina.
Quale autodeterminazione dei popoli abbiamo scelto oggi nel ricco menu dell’informazione globale?
Il volume delle parole è più proporzionale alla quantità di morti o di abusi?
Ti ricordi di Yasser Arafat?
Ti ricordi dei muri di calcestruzzo?
Ti ricordi del Sessantotto?
segoneon - photorights artMobbing @ rk22.com
Eppure oggi suona ridicola la tavola rotonda del potere e le sue convergenze complottistiche fanno ridere.

[immagine bianconero di Peter Sellers che fa il saluto nazista. Stranamore?]

Già: non esiste alcun tavolo tondo delle decisioni. La tendenza è ben più terrificante: la tendenza è l’auto-omologazione che ha sostituito da un bel pezzo l’autodeterminazione.
E certo le interfacce e la semantica web ci stanno mettendo del loro.

Qualcuno obietta: ma hai già visto una pubblicità su internet che ti è veramente rimasta nel cerebro?
La risposta è chiaramente no. Ma la risposta è anche che internet usa mezzi di persuasione occulta, che il trucco è la facilità di accesso alle informazioni, le quali, proprio in virtù del fatto che sono scelte volontariamente dall’utente, sembrano meno mendaci degli altri media. Internet è la verità.
Ma siamo poi davvero sicuri che sia una verità meno mendace?

Se il linguaggio diventa lo stesso per tutti, ed essendo quella del linguaggio la dimensione stessa dell’esistenza umana, cosa sta accadendo alle nostre PERCEZIONI ora?
Cosa succede se nel cervello di un americano, di un europeo, di un giapponese, si attivano gli stessi circuiti e si vanno a toccare le stesse corde?

Il linguaggio produce senso: non dimentichiamo le pagine di Heidegger in cui si spiega in che modo la parola verità influenzi l’immagine mentale stessa che il greco antico ha della verità.
Nel mondo greco, ci dice il filosofo, la parola Aletheia, che suona come “verità”, vuol dire in realtà non-ascosità non-velato; di qui la verità come svelamento (Unverborgenheit).
Da un punto di vista linguistico è attraverso la parola verità, insomma, che il greco ne coglie l’essenza metafisica.

“[…] la metafisica non porta l’essere stesso al linguaggio, perché non pensa l’essere nella sua verità e la verità non come svelatezza, e la svelatezza non nella sua essenza. Nella metafisica, l’essenza della verità compare sempre e solo nella forma già derivata della verità della conoscenza e della asserzione. Eppure la svelatezza potrebbe essere qualcosa di più iniziale della verità nel senso della veritas. Aletheia potrebbe essere la parola che dà un’indicazione non ancora esperita sull’essenza impensata dell’essere. E se le cose stanno così, allora è chiaro che il pensiero della metafisica, che procede per rappresentazioni, non potrà mai raggiungere questa essenza della verità,[…]; si tratta di porre attenzione all’avvento dell’essenza ancora non detta della svelatezza in cui l’essere si è annunciato. Nel frattempo, alla metafisica, durante tutta la sua storia da Anassimandro a Nietzsche, resta nascosta la verità dell’essere. Perché la metafisica non ci pensa?” [ICM, pg. 321]

Nella grancassa del Web il complotto in realtà si concerta a solo. E’ una questione di semantica.

Anche il principio della parità – almeno virtuale – dei diritti di ogni uomo di fronte alla giustizia subisce nel sistema americano un pericoloso decalage: si verifica così lo scollamento del potere delle Corporation dall’interesse personale.
Il diritto americano non prevede alcuna condanna penale per i dirigenti delle corporation, ammettendo implicitamente che la corporation sia un organismo a sé, suscettibile di prendere decisioni autonome e di avere un comportamento che trascende da quello degli individui che lo compongono.
La corporation è insomma un individuo, ma viene da sé che il deterrente della pena, su un individuo che esiste solo nelle cifre cabalistiche della borsa, è nullo.
Habeas corpus, si, ma quale corpus?
Corpus consumisticus?

Detto questo, come si può pensare che il consumismo non sia il male del capitalismo?
Anche se la produzione viene finalizzata, cosa resta dell’anelito di ciascuno all’autodeterminazione?
Cosa vale un corpo se esso serve solo per impartire consumi?
Cambia qualcosa se questi consumi sono giusti o ingiusti?
Non è piuttosto il consumismo una forma di abbattimento dello spirito?
E cosa succederà quando questo consumo sarà ECOCOMPATIBILE?

Leggi l’ottava puntata de “Il Sessantotto da uno che c’era” su Internettuale.net

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4 risposte a “il sessantotto da uno che nOn c’era [V]”

  1. eradamaichenonlofacevo scrive:

    Il “consumo ergo sum” nasce dallo scollamento di essere ed ente nell’identità secondo la speculazione filosofica occidentale. Tale scollamento è lo stesso del “cogito ergo sum”. Di fatto, i tentativi di superare la rivoluzione filosofica del Cristo – un uomo che è Dio che è la verità che è l’essere – rivoluzione eretta sul meglio del pensiero greco classico, non hanno che allontanato l’uomo dalla sua filosofia, la sua spiritualità dalla sua razionalità. Se oggi Ratzinger ci ricorda l’identità tomistica – fides et ratio, l’una senza l’altra non possono compiere l’individuo – è perché la filosofia moderna (Cartesio e Bacone su tutti) pur fornendo l’uomo di nuovi formidabili strumenti di ricerca, analisi e deduzione lo ha allontanato dalla sua essenza. Un ente scollato dall’essere ontologicamente è impensabile. Eppure tant’è.

  2. fabiano scrive:

    sono sempre piacevolmente impressionato da quello che scrivi.
    personalmente, anche se sono tutto fuor che comunista, sono ormai rassegnato, pessimista e nichilista. nonostante questo, fa piacere leggere del 68.
    buon seguito
    f

  3. artMobbing scrive:

    Caro fabiano, grazie mille per l’apprezzamento.
    Mi permetto una considerazione a margine: il ‘68 è stato l’inizio di tutto.
    Nel bene e nel male.
    In esso ritroviamo tutti i paradossi della nostra civiltà, perché lì, per la prima volta, maturavano i tempi della pace oziosa, che l’Europa non aveva mai conosciuto nella storia.
    Sul pessimismo qualcuno oggi dietro le sbarre, sottilineava che è una questione di scelte: che non esistono mezze misure e che la biologia e la tecnologia sono semplicemente incompatibili con la natura (e lo stato naturale cui gli uomini dovrebbero anelare).
    Bisogna avere in mente ciò che si vuole, poiché non c’è dubbio su come il sistema in cui viviamo funzioni egregiamente.
    Ma per quali fini?
    saluti.

  4. artMobbing scrive:

    [Artmobbing risponde con molto ritardo.
    Egli sa che nell'economia della visita (sono cliccato ergo sum) ciò è poco conveniente.
    Per questo ogni tanto artMobbing avrebbe voglia di cliccarsi il cranio.
    Specie quando vede le sue (inattese) frequentazioni clericali.]
    A proposito…

    Caro ERADAMAI.
    Che la chiesa possa rappresentare una autorità etica (una delle poche rimaste) siamo d’accordo.
    Viene però anche qui da domandarsi per quali fini, in quanto la chiesa apostolica romana ha avuto qualche vizietto difficile a correggere nel passato: l’affermazione della propria centralità, innanzi tutto, e la strumentalizzazione di tali posizioni etiche per l’esercizio di un dominio del Mondo che non sia solo spirituale.
    Certo che questa chiesa non ha pensato allo scollamento di essere ed ente che risiede nel televisivo “video ergo sum”.
    La comunicazione avrà a medio termine un impatto ben più considerevole sugli istinti e sullo spirito di quanto non lo abbia oggi la biologia.
    La chiesa critica la biologia e persegue la sua etica mediatica.
    E Dio inventò Karol Józef Wojtyła.

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