scarto: un universo fra scarpe e cappello

scritto venerdì 13 ottobre 2006 alle 01:53

scarto

Roma – Un cassonetto. Un uomo ne esce. Il tempo trascorre fra le blaterazioni intellettuali di un folle o di un savio. Non importa: è un ente narrante incompreso e derelitto e triste e allegro ed ignaro alle cui spalle scorrono le vite di una umanità varia e stereotipata. Umanità cristallizzata in forme, abiti, professioni: spazzini, preti, operai. Umanità destinata a spogliarsi nella spazzatura; piegata ad un processo di consunzione costante ed implacabile. Consunzione ritmica, ma mai ossessiva o disperata, perché trattata con un bagno di sana stupidità organizzata, di surreale ed irresistibile gusto per le banane.
“Canto alla durata” di Peter Handke assume questa forma sotto l’ingegno figurativo di Riccardo Caporossi e Claudio Remondi e prende il nome di “Scarto”.
La durata, il tempo: la griglia in cui Remondi & Caporossi in anni di onorata carriera nel teatro di ricerca hanno costruito tutti i propri spettacoli. Ed anzi, in un certo senso la sintesi visiva a cui ci hanno abituati partecipa di un sentimento temporale. La durata è il nerbo degli spettacoli di Remondi & Caporossi. Un avvicinamento naturale, dunque, come quello a Beckett, già visto per “Altri giorni felici”.
Nel teatro di Remondi e Caporossi lo spazio è durata e la durata è esattamente “la sensazione di vivere”: l’uomo è un pezzo di universo fra scarpe e cappello. La forma si combina facilmente al suono, ad un ritmo quasi casuale e poi sempre più preciso. La realtà si anima perdendo la sua concretezza e rivelandosi in immagini ipnotiche e astratte.
E’ il teatro di Remondi & Caporossi, ben più vicino alla realtà di quanto non si creda. Ad essa aperto con rivelazioni improvvise e finanche virate improvvise dall’ironia dei nonsense trasognati ad un irresistibile scoppio di rabbia. Come quando, la testa nella televisione, infine, una di queste pazze ed insensate presenze sceniche segnala una emergenza. Segnala con terrore che la durata viene assorbita da un tubo catodico e prega la televisione di spegnersi, offrendole anche un ospizio perenne.

Visto a Roma – Teatro Sala Uno – Fino al 15 ottobre 2006

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