Esercizio di memoria III. Fisica. Libri. [parte I]

scritto venerdì 23 febbraio 2007 alle 02:32

mitterand

Puntava dritto a sud nella lunga curva della linea 6.
Ammorbidiva la traiettoria verso ovest. Lunga curva sinuosa. Piazza Italia.
Direzione Charles de Gaulle.
Giacca nera. Velluto e bavero alzato.
Rital di merda.
Giacca nera, bavero alzato, mani in tasca.
Mattina neragrigiocrema. Velo lieve sulle teste. Da incontrare un parigino vestito come lui e spaccargli la faccia.
Tanto era contento.
Tanto gli prudevano le mani.
Tanto…
Tanto il suo prurito nervoso non era tanto diverso dal tanto smanettare incessante delle dita degli altri.
Gli altri.
Gli occhi stavano fissi sul display. Bien sure. Allô, t'es où là? T'es où? A'ô t'es où?
Dovecazzostai?
Nella più misera e distante delle dimensioni cellullari. Sei dentro un cellulare.
2001 Odissea nello spazio. L'uomo scaglia in terra il monolite rettangolare. Luminoso e liscio ed impeccabile come no, amici miei naturalisti, la natura non sa fare.
La natura è brulla è crudele. La natura è ruvida e distorta. La natura si articola per linee insondabili. Mai rette. Niente a che vedere con quella scia di morte silicica che stringi fra le mani. Con quella prevedibilità di input che entrano, vero, ma escono pure a velocità magnetica dentro il tuo sangue, le tue ossa, il tuo cervello.
l        a        t        u        a        m        e        n        t        e
Luminoso come non sei stato progettato per vederlo.
Luminoso e liscio a tal punto che l'uomo del vagone in fondo, in una alba irreale e cruenta, riempe la traiettoria con la sua mano. Un traiettoria letale.
L'i-pod scivola leggero ed insondabile ed enigmatico nell'aria. Scivola in traiettoria talmente retta che non potresti mai immaginare che venga dalla descrizione di una parabola.
Intervengono numerosi teoremi fisici che contribuiscono, da un punto di vista puramente estetico, a creare il giusto effetto di straniante. Quel tanto che basta per applaudire il gesto. Quel tanto che basta per averne abbastanza. Quel tanto sufficiente a vedere l'attonita bellezza perturbante e rivelatoria dell'oggetto. Epistemologia dell'oggetto. Fenomenologia dell'oggetto. Ermeneutica dell'oggetto. Lo squarcio nella realtà e l'apertura singolare di essa sotto la forza stupida ed inerte dell'oggetto.
Il monolite va a schiantarsi dall'altra parte del vagone. Esplodere e smolecolarizzarsi, come tanto sarebbe avvenuto nel giro di massimo due anni.
La durata massima: invenzione della nostra epoca. Un'epoca che non conosce più durate minime. Meno che mai durate eterne.
Il vagone è in tripudio. La vecchia araba davanti al rital si alza e grida. Lancia il velo che porta sulla testa in una moviola quasi tenue.
L'alcolizzato si risveglia e guarda il mondo.
Tutti applaudono e stringono la mano all'uomodelvagoneinfondo.
E' una esplosione di stelle filanti. Mortaretti e bottiglie.
Il rital prende il suo bicchiere e beve. Brinda con l'uomodelvagoneinfondo e si complimenta con la forza di uno sguardo.
Einstein prende nota dal quai. Non lo convince il moto relativo del monolite, ma fa lo stesso in tempo a ruotare la piccola maniglia del vagone e ad infilare il braccio all'interno. Solo il braccio. Ed estrarre, così come si estrae il succo di frutta dal frigorifico, la sua razione di brumba.
Fa in tempo persino a brindare con il rital. Ma stavolta c'è il trucco, perché il bip lungo delle porte ha già fatto il suo corso. E le Docs nere di plastica e pelle sono poggiate davanti alle scarpe di vernice di Albert.
Che saluta e si complimenta.

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